Il Lambrusco a spicchi e la gioia di vivere
by Roberta Satta
Siamo stati da Dry Milano per il quarto appuntamento, a cura del Consorzio Tutela Lambrusco con il supporto del PSR Emilia-Romagna e del Gambero Rosso, di Lambrusco DOC a Spicchi, un’iniziativa che ci ha ricordato quanto il Lambrusco sia un inno alla gioia di vivere.

Scriveva così il buon Pavese, in un’annotazione del 1937 nel suo “Il mestiere di vivere”, regalandoci la soluzione a un grosso mistero e la risposta a domande esistenziali notturne.
Ho immaginato che, sotto sotto, ieri (24 novembre 2025 NDR) la pensasse così anche il direttore del Consorzio di Tutela del Lambrusco di Modena Giacomo Savorini, quando ci ha dato il benvenuto a inizio serata.
Lui, persistente come le bollicine in un calice, è da un po’ di anni che gira per l’Italia a ribadire che bere Lambrusco è moderno, ha senso, sta bene con tutto.
Bere Lambrusco è semplicemente, come ha ripetuto un suo enologo al nostro tavolo, divertente.
E, a ben pensarci, l’etimologia di “divertire” ci porta ad un concetto molto interessante: “volgere altrove, deviare, allontanarsi”.
“Di-vertirsi” allora significa anche “cominciare”, iniziare un sentiero nuovo, sorseggiare la bellezza di un vino profumato, esuberante, così tremendamente semplice e diretto da indurre spesso ritrosia, in un mondo che fa delle sovrastrutture un merito.
È doveroso, insomma, “cominciare” a incontrare il Lambrusco con papille nuove, in partenza.
E, brutta notizia, questo non significa dimenticare cosa è stato, ma capire perché e fare un passo avanti. Dirci schiettamente che tutto passa anche i vini “cattivi”, quelli fatti senza affetto: perché di vini orribili ce ne sono e ce ne saranno sempre tanti, ma non si fa di tutto l’acino un grappolo.
Vuol dire dare credito al rosso frizzante, alla vinosità di certi Metodi Classici e alla polpa di meravigliosi Ancestrali a base Sorbara, quelli che farebbero gola ai non troppo lontani “Nouveaux”, per quanto gridano Joie de Vivre.















Nel progetto di “Lambrusco DOC a Spicchi”, promosso dal Consorzio Tutela Lambrusco con il supporto del PSR Emilia-Romagna e del Gambero Rosso giunto a Milano per il suo quarto appuntamento lungo la Penisola, c’è la voglia di partire, ma anche una sorta di dovere al restare.
C’è l’audacia di proporre avanguardisti della finezza, come Paltrinieri e Bellei, accompagnati dal coraggio dell’identità impetuosa, delle note di frutta scura e nuances selvatiche, del disarmante accordo che può unire tannino ed effervescenza; anche se ci hanno detto che insieme stonano, che rendono il vino troppo ruvido con durezze difficili.
Canali, Gualtieri e Lombardini suonano le note del Salamino, del Lambrusco Marani e del Grasparossa. Gli sposi della cucina succulenta, lipidica, ristoratrice. Vini che, più di tutti, non possono dimenticare da dove provengano (e nemmeno dovrebbero farlo). Ci ricordano che arrivano dalla culla della convivialità, dal principio sempreverde che abbinare il cibo e al vino può avere senso, ma il pairing giusto rimane l’armonia di tutti i cinque sensi e allora bere un vino buono significa arrendersi alla piacevolezza, senza cercarne il significato in un libro di testo.
Il Lambrusco, stasera, è stato un Giano Bifronte amabile, come la pizza.
Ci ha ricordato che non è sempre necessario cantilenare su “innovazione e tradizione” per farsi notare. A volte è sufficiente essere audaci il giusto per mantenere la propria identità, sebbene non sia trendy. Questo vale sia per chi vuol rimanere così com’è, sia per chi prova a sperimentare.
Insomma, non sempre bisogna opporre vecchio e nuovo ma, come il buon Giano insegna, bisogna custodirli entrambi, farne dei contrari insolitamente uniti come bianco e nero, come moderni cane e gatto; come santi bevitori, la mattina in ufficio a esercitare rigore, ma la sera un po’ tutti a “rilasciarsi” senza fronzoli, simili a bolle poco impostate di un avvincente Charmat.
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Roberta Satta
Versavino. Sommelier AIS. Ha conseguito l'executive master in cultura e management del vino a Pollenzo, presso Unisg.
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